I costi nascosti delle nuove “guerre remote” di Stati Uniti ed Europa

https://altreconomia.it/guerra-remota/

Le forze occidentali sperimentano in Somalia e in Sahel un tipo di conflitto che non prevede l’invio di nutriti contingenti armati e utilizza al suo posto nuclei speciali, droni, contractors. Tra le controindicazioni un aumento delle vittime civili.

Nel settembre 2019 membri di al-Shabaab, un gruppo terrorista con base in Somalia, hanno attaccato un convoglio italiano nella capitale Mogadiscio e la base militare statunitense di Baledogle. Due attacchi tanto imprevisti quanto sottovalutati. La ragione di questa analisi insufficiente dipende in gran parte dalla natura delle recenti azioni in teatri di guerra stranieri: Paesi come Stati Uniti e Italia dispiegano un numero limitato di forze per affrontare gruppi ribelli o terroristi, con l’obiettivo di contenere i costi per le proprie truppe. Gli attacchi, tuttavia, non andrebbero letti come un incidente isolato ma come sintomo di un problema più ampio. E dovrebbero spingere il governo statunitense e i vari governi europei coinvolti in conflitti esteri a rivalutare la presunta assenza di rischio, non solo per le proprie truppe ma anche per la stabilità dei Paesi oggetto di intervento a distanza.

I due attacchi sono una perfetta illustrazione dei pericoli legati alla “guerra remota”, quella che si combatte quando l’intervento non avviene attraverso l’invio di grandi contingenti armati. La definizione è dell’Oxford Research Group (ORG), un istituto di ricerca con sede a Londra: secondo i ricercatori di ORG, guerra remota è “lo sforzo da parte di attori esterni di evitare il modello di contro-insorgenza (COIN) associato all’intervento statunitense in Afghanistan e Iraq e di focalizzarsi invece su altri modelli, quali l’invio di forze speciali, l’utilizzo di droni armati -l’arma simbolo di questo approccio-, il dispiegamento di contractors privati, l’assistenza attraverso il servizio di intelligence, l’invio di attrezzature e il training a milizie locali”.

Paesi come Stati Uniti e Italia dispiegano un numero limitato di forze per affrontare gruppi ribelli o terroristi, con l’obiettivo di limitare i costi per le proprie truppe

L’utilizzo di droni in particolare è legato all’interpretazione legale di “guerra globale al terrore”, applicata dagli Stati Uniti per giustificare uccisioni mirate in Pakistan, Siria, Yemen e Somalia. Non solo Usa, però: anche Israele, Turchia, Cina, Nigeria, Regno Unito, Francia e ora anche l’Italia fanno un uso globale di droni armati. Dan Gettinger del Center for the Study of the Drone a Washington riporta che la spesa per droni statunitense è salita del 21% nel 2018 rispetto al 2017. Phil Finnegan di Teal Group afferma che “la produzione globale di droni dovrebbe più che raddoppiare in un decennio, da 4,9 miliardi di dollari nel 2018 a 10,7 miliardi nel 2027, con un tasso di crescita annuo del nove per cento”. L’Unione europea intanto sta per lanciare il suo primo Fondo per la Difesa: se approvato dal Parlamento europeo, dovrebbe ammontare a circa 13 miliardi di euro in sette anni.

Ma nessuna guerra può essere chirurgica, priva di costi ed efficace allo stesso tempo: portare avanti guerre remote può essere percepito come vantaggioso, ma ha delle ricadute che aggravano il bilancio dell’intervento. Sia in Sahel sia in Somalia, dove è in corso un peggioramento della situazione di sicurezza, esacerbato da altre dinamiche interne, è vitale per gli attori esterni che hanno scelto di intervenire farlo con una strategia coerente e che tenga conto soprattutto di quelli che sono i bisogni della popolazione locale.

10,7 miliardi di dollari: il valore stimato del mercato dei droni nel 2027. Nel 2018 si è fermato a 4,9 miliardi

Le forze italiane attaccate a fine settembre del 2019 facevano parte di EUTM Somalia, una “missione militare dell’Unione europea che ha il compito di contribuire all’addestramento delle forze armate nazionali somale (Somali National Armed Forces, o SNA)”. La Somalia è una delle aree d’intervento delle politiche di sicurezza e difesa (CSDP) dell’Unione Europea. Paul Williams del Wilson Center osserva che “per oltre un decennio, una dozzina di Stati e organizzazioni multilaterali hanno investito tempo, sforzi, attrezzature e centinaia di milioni di dollari per costruire un’efficace esercito nazionale somalo. Finora hanno fallito”. Lo SNA conta “circa 29mila unità sul suo libro paga” ma molti sono soldati fantasma e quando le forze della missione dell’Unione africana in Somalia (AMISOM) si ritirano dai territori “la sicurezza tende a deteriorarsi in modo significativo ed è al-Shabaab a colmare il vuoto”. Gravi problemi affliggono anche l’impegno del comando africano degli Stati Uniti (AFRICOM) nel Paese. Ella Knight di Amnesty International ha documentato almeno sei casi in cui si ritiene che gli attacchi aerei statunitensi in Somalia abbiano provocato vittime civili e tutto questo in un’area geografica limitata.

Nessuna guerra può essere chirurgica, priva di costi ed efficace allo stesso tempo: portare avanti guerre remote ha ricadute che aggravano il bilancio delle operazioni

Nel caso dell’intervento europeo e americano in Somalia le questioni aperte sono due: prima di tutto il training delle milizie governative locali ha portato a soprusi verso la popolazione, accrescendo paradossalmente la reputazione di al-Shabaab. Inoltre, la guerra remota attraverso droni ha fatto un numero ancora imprecisato di vittime civili, non riconosciute dagli Stati Uniti, contribuendo alla percezione negativa che la popolazione civile ha di questi interventi armati. In ultima istanza, anche le truppe (in questo caso italiane e statunitensi) sul territorio sono vittima di rappresaglie da parte di gruppi armati.

Anche il Sahel è un teatro di conflitti, dove sempre più Paesi, non solo occidentali, stanno intervenendo con le tattiche della guerra remota. Ma anche qui il costo dell’intervento non è da sottovalutare. Il 25 novembre scorso in Mali due elicotteri delle forze armate francesi si sono scontrati, uccidendo tredici soldati. La presenza delle truppe francesi rimanda a quanto accaduto nel dicembre 2013: allora, truppe francesi sotto l’egida dell’Operazione Serval erano intervenute in Mali per fermare l’avanzata di milizie armate verso la capitale Bamako; l’operazione, conclusa con successo, aveva dato il via a un altro intervento francese nella regione. A partire dal 2014 l’Operazione Barkhane intende fornire supporto nel lungo termine all’intera regione.

L’impegno internazionale sembra spesso esacerbare l’instabilità. L’abuso di Stato reale o percepito è un fattore alla base della decisione di unirsi a gruppi estremisti violenti

La missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) è stata istituita nel 2013 anche al fine di addestrare le forze regionali della Joint Force G5 Sahel. L’Unione europea ha istituto tre missioni di sicurezza e difesa in Mali e Niger, e sta procedendo a una maggiore regionalizzazione della propria presenza attraverso le Cellule Regionali di Consiglio e Coordinazione (RACC).
L’European Union Training Mission in Mali, in particolare, rientra nella definizione di assistenza a forze di sicurezza, in quanto fornisce addestramento militare a forze armate maliane. Tale contributo fa parte di uno sforzo più ampio per condurre operazioni a distanza nella regione: anche gli Stati Uniti hanno da poco costruito la base aerea 201 ad Agadez, un futuro hub per droni armati e altri velivoli. La presenza degli Stati Uniti nel Sahel è notevolmente aumentata negli ultimi anni, così come quella tedesca, britannica e italiana.

In Niger la presenza militare straniera ha avuto impatti negativi sulla libertà di parola e molti leader dell’opposizione hanno lamentato la mancanza di controllo parlamentare

L’impegno internazionale però sembra spesso esacerbare l’instabilità, come hanno affermato alcuni gruppi della società civile. International Alert riporta che tra giovani Fulani nelle regioni di Mopti (Mali), Sahel (Burkina Faso) e Tillabéri (Niger) “l’abuso di stato reale o percepito è il fattore numero uno alla base della decisione di unirsi a gruppi estremisti violenti. L’Unione europea sta attualmente addestrando truppe locali senza (però) esercitare pressioni sul governo di Bamako per introdurre riforme strutturali”. Proprio in Mali la questione è particolarmente problematica: secondo Abigail Watson dell’Oxford Research Group “forze armate e governo maliani sono accusati di favorire un gruppo etnico rispetto ad un altro”. Favorire un particolare gruppo all’interno di conflitti tra diverse etnie si è dimostrato essere estremamente dannoso per la sicurezza a lungo termine. Il governo nigerino ha accolto con favore la presenza di truppe statunitensi, purché contribuiscano allo sradicamento dell’attività terroristica nel Paese. La società civile in Niger però sembra diffidare di tale presenza. Un’inchiesta del Guardian nel 2018 segnalava che la presenza militare straniera ha avuto impatti negativi sulla libertà di parola e molti leader dell’opposizione hanno lamentato la mancanza di controllo parlamentare ogni volta che la presenza straniera è autorizzata. Gli Stati Uniti non hanno chiarito le loro intenzioni strategiche a lungo termine, mentre sia la Francia sia l’Ue lo hanno fatto: l’intenzione è quella di sostituire all’operazione Barkhane e alle missioni europee la G5 Sahel Joint Force. Non sembra tuttavia esserci un progetto strategico chiaro per il raggiungimento di tale obiettivo, il che porta inevitabilmente ad aspre critiche. Infine, come mostrano recenti ricerche, la “guerra dall’impronta leggera” ha comportato una serie di sfide che si riflettono su trasparenza e responsabilità pubblica. Come sottolineano Goldsmith e Waxman nel loro articolo “The Legal Legacy of Light- Footprint Warfare”, pubblicato da The Washington Quarterly nel 2016, “la guerra di impronta leggera non attira lo stesso livello di scrutinio congressuale e soprattutto pubblico rispetto a guerre più convenzionali”.

Tra le considerazioni che i Paesi europei e l’Unione stessa dovrebbero fare è necessario inserire un dialogo costante con la società civile del Paese in cui si sta intervenendo, ma soprattutto una chiara definizione della strategia e un’analisi del tipo di guerra che si vuole condurre, tenendo conto dei rischi che questo comporta.

The buck passing stops here on European norms for drones

The buck passing stops here on European norms for drones

for StrifeBlog, King’s College London War Studies Department

The most recent Trump administration changes to the policies regulating drone strikes are still secret, but what we do know sets a dangerous precedent on the use of armed drones and the use of force broadly, with strong implications to the USA as well as Europe. The current U.S. policy reportedly removes the condition of immediacy of the targeted threat, among other things, challenging the limits of international standards regulating the use of force[1].  Most European states are not willing to regulate their acquisition and the use of armed drones in ways that would preserve compliance with both international humanitarian law (IHL) and international human rights law (IHRL), blaming lack of consensus internationally and at home. Indeed, the UK has so far admitted one civilian casualty in an air campaign (through both conventional and drones strikes) in Syria that started  four years ago and has no end in sight[2]. France is currently acquiring armed drones to be deployed in the G5 Sahel countries, but has no safeguards[3] in place to prevent the use of such weapons contravening international law. In addition, Italy, Germany, the UK and the Netherlands are all aiding the US drone war in the Middle East and Africa both with intelligence and infrastructure.

European states should challenge the US precedent of drone use and establish norms that are accountable, transparent and legal. This article will first clarify why armed drones can be considered to be a controversial weapon, it will then outline what is currently unfolding at the EU level in terms of defence budget and it will delve into the buck passing game that is occurring at the UN, EU and Member state levels and finally recommend that the EU finds a Common Position on the use of armed drones that is respectful of international norms.

A controversial tool

Despite allowing for potentially more precise strikes, presenting a strategic advantage and minimising risk to troops’ lives, armed drones are particularly controversial because they facilitate escalation of a conflict: by making war a less costly resort, armed drones are a powerful means for states to intervene where they would not have the political support, resources on the ground or a legal mandate to do so[4]. The proliferation of armed drones within and outside Europe, including their use to execute targeted killings and complicity in US strikes, as recently pointed out in Amnesty International report[5], presents a challenge to the international legal order. Drones are not only used in battlefield theatres, where IHL applies, but also outside of areas of armed conflict, where IHRL applies, which implies that strikes are paramount to extrajudicial executions[6][7]. In addition, from a more counterterrorism perspective, there has not been enough debate on whether drones may be “creating more terrorists than we’re killing”, as former Defence Secretary Rumsfeld famously put it[8]. Discussions around a Common European Position[9] regarding the acquisition and use of armed drones are of vital importance[10], especially after reports of targeted killings as a counter-terrorism technique[11] have become the norm. New European Union spending in the field of defence risks exacerbating these worrisome developments.

New European defence budget and Multilateral buck-passing

On 13 June 2018, the European Commission released its proposals for the Security and Defence heading under the next EU long-term budget. The new “militarised” EU Multi Annual Financial Framework foresees an increase of the Defence Fund by 2200%.[12] Additionally, the EU will allow companies developing the so-called ‘lethal autonomous weapons’ to apply for EU funding. The European Parliament had originally wanted to bar controversial new weapons, such as weapons of mass destruction (WMD), unmanned aerial vehicles (UAVs or drones), cluster munitions, anti-personnel landmines and fully autonomous weapons from receiving EU subsidies, but without success. The proposed regulation simply stated that projects would not be eligible for funding if their end product was “prohibited by international law”. This is a matter of controversy becuase the UAV platform itself would not be prohibited, but its uses outside international law would be. In exchange, the Council of Ministers of the EU offered the European Parliament a formal rationale for the norm, in which “the eligibility of actions … should also be subject to developments in international law”[13]. In other words, controversial weapons could be banned from the European Defence Industrial Development Programme once agreement is found at the international level.

This presents two issues: first, that armed drones, despite their negative impacts on the battlefield, are not even mentioned in the document and secondly that State representatives at various UN fora are only willing to reach an agreement if there is the political desire to do so within their respective governments. The same happens within the EU, where state representatives are not willing to make decisions if there is no lead from their political leaders. European member states on the other hand play rebound, and suggest that consensus should be reached multilaterally before they can come to an agreement internally. This buck passing game is slowing down the decision making process, while drone technology rapidly improves and drones are used by more and more states and non-state armed groups globally, in ways that are often unlawful, as recently explained in a PAX report on new drone producers and users[14].

Trump’s Shadow War

All this buck-passing is operated against the backdrop of the new US Principles, Standards and Procedures (PSP), which further loosens policies around the use of armed drones in the US[15]. Fears that Trump would tear up Obama-era regulations governing the use of direct military action were justified[16]: Trump removed the condition  that a terrorist target has to pose an imminent threat to U.S. persons to be individually targeted, which lowered the ‘threat standard’[17] applied to people the United States can kill. The Trump administration is yet to provide information on the new threshold for action and whether this threshold is uniform. Additionally, proposed drone strikes and counterterrorism raids no longer undergo the same vetting they did under Obama. Instead, Trump will permit the delegation of decision-making to lower levels of seniority before conducting a strike[18].

Towards a European Common position?

Against this backdrop in the US, more UAV investment at the EU level is especially problematic: if the US modus operandi has been the most common policy for the use of armed drones in the West, why should the EU behave differently? It is thoroughly understandable that the EU would want to prioritise European industries and move away from US dependency as far as its own defence is concerned, given the security challenges within the Union and US disengagement. ‘With this agreement, we are building the EU’s strategic autonomy and boosting the competitiveness of the EU defence industry’ said industry Commissioner Bienkowska[19]. This however must be done without sacrificing what the Union is founded upon, i.e. a shared understanding of human rights principles. According to Catalan Research Institute Centre Delas, by 2027, the EU will have spent more on military research than on humanitarian aid[20]. If we look at US policy regarding the use of military drones, it is of vital importance to ask EU member states not to follow that path blindly but instead to distance themselves from a policy which is unlawful – as far as IHRL and IHL principles are concerned – and which sets a dangerous precedent.

A similar issue can be identified with regard to European arms exports: different Member states apply different principles when exporting weapons to third countries who violate international law, making the European Common Position on arms exports disharmonic. As stated in the Call to Action of the European Forum on Armed Drones (EFAD)[21] European states should articulate clear policies, prevent complicity, ensure transparency, establish accountability and finally control proliferation.

On armed drones Europe has only achieved a Parliamentary Resolution and does not have a Common Position yet. The EU was built on a set of values that would end up becoming empty words if Europe does not put in place safeguards and choose rules of engagement on the battlefield different from those of its transatlantic ally.

Notes: 

[1]https://www.stimson.org/sites/default/files/file-attachments/Stimson%20Action%20Plan%20on%20US%20Drone%20Policy.pdf

[2] http://appgdrones.org.uk/wp-content/uploads/2014/08/INH_PG_Drones_AllInOne_v25.pdf

[3] The French government refuse to confirm or put policies in place to clarify that they will not be adopting practices/legal interpretations deployed in the use of drones that have been legally controversial and caused considerable civilian harm.

[4] Grégoire Chamayou, A Theory of the Drone, The New Press, New York, 2015 [“drones project power without projecting vulnerability”]

[5] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/04/european-assistance-to-deadly-us-drone-strikes/

[6] https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/ArmedDrones.aspx

[7] https://www.thenation.com/article/how-the-us-military-came-to-embrace-extrajudicial-killings/

[8] https://nationalinterest.org/blog/paul-pillar/killing-more-innocents-we-admit-23266

[9] Document can be found here: http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2017/578032/EXPO_STU(2017)578032_EN.pdf

[10] The European Forum on Armed Drones (EFAD) represents an interesting tool to monitor and challenge current practices around the use of armed drones: https://www.efadrones.org

[11]Bruno Oliveira Martins, Global Affairs: The European Union and armed drones: framing the debate, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/23340460.2015.1080930?scroll=top&needAccess=true

[12] The fund has two strands: Research (€90 million until the end of 2019 and €500 million per year after 2020) and Development & Acquisition (€500 million in total for 2019-20 then €1 billion per year after 2020); EU Observer https://euobserver.com/science/141885

[13] https://euobserver.com/science/141885

[14] https://www.paxforpeace.nl/stay-informed/news/global-military-drone-industry-expands-rapidly

[15] https://www.nytimes.com/2017/09/21/us/politics/trump-drone-strikes-commando-raids-rules.html

[16] A group of NGOs (Center for Civilians in Conflict, Airwars, Bureau of Investigative Journalism, Amnesty International, American Civil Liberties Union, Human Rights Watch, Center for Constitutional Rights, Reprieve amongst others) have warned against the increased use of strikes and the loosening up of norms: https://www.aljazeera.com/news/2018/03/trump-deadly-drone-policy-ngos-180307204617166.html

[17] https://www.hrw.org/news/2018/03/07/ngo-statement-reported-changes-us-policy-use-armed-drones-and-other-lethal-force

[18] https://www.nytimes.com/2017/09/21/us/politics/trump-drone-strikes-commando-raids-rules.html

[19] http://europa.eu/rapid/midday-express-23-05-2018.htm

[20] http://www.centredelas.org/en/press/news/3641-the-european-defence-fund-will-merely-benefit-the-industry-and-trigger-arms-race-in-autonomous-weapons-says-enaat

[21] EFAD is a civil society network of organisations working to promote human rights, respect for the rule of law, disarmament and conflict prevention https://www.efadrones.org/call-to-action/

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